mercoledì 25 marzo 2020

M'IMPOSI

(Dal libro rosso di Carl Gustav Jung)

"Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormito abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto... Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere.
Cominciai con il cibo. M'imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute.
Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. M'imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto,anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. M'imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’ attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente.
Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela piu”.

domenica 22 marzo 2020

UN DONO


c'è voluto un virus,
più contagioso dell'aviaria,
a dare ai suoi seguaci
(con una condizione)

Ma come?
Il capo della cattolica religione,
che nella sua dottrina
contempla l'incondizionato amore,
(creata attraverso l'invenzione 
per fare alla povera gente un dono?

Più logico ed efficace
sarebbe stato, probabilmente,
dal dubbio che l'assale,
in questo istante, inevitabilmente:


Certo, per la chiesa è dura
ma per l'umanità
(che comunque maturerà)

... d'essere giudicata e punita 
da "un'amorevole divinità"
che avendole donato la Vita
attende, pazientemente,
da tempo immemore,
qui e ora,

non la conosce neppure lui,
poiché evidentemente non sa ...

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mercoledì 4 marzo 2020

MAH!





Mah!


Gli istinti ci sono stati donati dalla natura: la sessualità, il piacere di nutrirci. Poi, col tempo, maturata tale coscienza, s’è aggiunta l’ambizione a vivere negli agi, nell’abbondanza. È assolutamente normale, tutto rientra nella naturale, umana, tendenza, a voler gioire dell’esistenza. Ma ad un certo momento l’umanità ha inventato la religione, che a quell’ambizione, ancor oggi, si contrappone, avendo instillato nella gente innocente, quel senso di colpa che ostacola la naturale propensione ad esprimere, ciascuno, la propria, magica danza. Il senso di colpa è il colpevole dell’inconsapevole repressione, poiché impedisce di cantare, gridare, gioire, durante la processione verso la mistica unione. Per alimentarlo, in passato, è stato addirittura inventatoil concetto di “tentazione”:


Ma se tutto è stato da Lui/Lei creato (ed Egli/Ella, la divinità, pur essendo onnipotente ne consente la manifestazione), anche il male, logica-mente, dovrebbe concorrere al raggiungimento della personale maturità. Quello è una via …, evidentemente, dalle altre, semplicemente differente. Se così fosse, ovvia-mente, non esisterebbe alcun male da cui essere liberati. Esiste, invece, probabilmente, uno stato di profonda incoscienza, d’ignoranza, d’inconsapevolezza, da cui occorre elevarsi … per poter abbandonare, definitivamente, la propria arretratezza.

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lunedì 13 gennaio 2020

CAR-NAVALE








Il serpente, nell’antichità, è stato associato a più d’una divinità, per i romani è stato, anche, il Tempo. Nelle pitture pompeiane, Iside (la Luna, probabilmente, per l’egizia civiltà) poggia il piede nudo sul serpente in quanto regina delle forze ctonie. La Madonna viene raffigurata allo stesso modo. Quando Alessandro Magno conquista l’Egitto, il culto di Iside si diffonde in tutto il mediterraneo, diventando la dea dai mille nomi che racchiude tutte le altre dee, come narra Apuleio. I romani coniano monete con l’effigie di Iside già nel 90 a.C. A Roma, dal politeismo si passa prima al culto di Iside, poi a quello del Sol Invictus, quindi al cristianesimo. Iside in trono con la mammella nuda che allatta suo figlio Horus (il Sole?) viene trasformata nell’iconografia cattolica della Madonna col bambino. Iside che piange Osiride (Orione?) tenendolo in grembo ispirerà invece le varie Pietà. Iside (bianca e nera), ispira l’iconologia mariana che la mostra spesso su una nave. La nave che a volte è a forma di falce lunare (ad esempio, a Notre Dame de Paris). Nel 1865, prudentemente, dai capitelli della chiesa di S.Maria in Trastevere Pio IX fece rimuovere le figure di divinità egizie.

NAVE VERGINE
La cerimonia del culto di Iside, dea madre suprema e universale, regina benigna, misericordiosa e ausiliatrice, divinità dai mille nomi (Minerva, Venere, Afrodite, Diana, Atena, Maia, Kore, Temi, Artemide, Astarte, Proserpina, Cerere, Ecate), è raccontata dal libico Apuleio nell’XI libro dell’Asino d’oro. Nella cerimonia, i suoi sacerdoti “dedicano al mare ormai navigabile una nave vergine” e le offrono le primizie della navigazione.

NAVIGIUM ISIDI - CARRUS NAVALIS
La festa del Navigium Isidis seguiva il calendario lunare babilonese: coincideva con la luna piena che segue l’equinozio di primavera; corrisponde al capodanno babilonese; e alla nostraPasqua (anche questa variabile di anno in anno come la festa del Navigium Isidis). Nella festa di capodanno, i babilonesi sacrificavano un agnello, come noi a Pasqua. L’Imperatore Gaius Iulius Caesar Augustus Germanicus (12-41 dell’era cristiana), soprannominato “Caligola”, era un devoto fedele della “Dea Isis” e grazie alle descrizioni di Apuleius possiamo riconoscere con elevata probabilità delle celebrazioni isiache nelle grandi feste orgiastiche che si tenevano nella maestosa nave-palazzo dell’Imperatore, presso il lago di Nemi. Perché, però, la denominazione di Navigium Isidis? La risposta è quanto mai interessante: la Dea Isis era infatti anche una divinità posta a protezione dei naviganti e del mare in generale e la sua “barca” rappresentava l’imbarcazione lunare, notturna e psicopompa, sulla quale erano traghettate le anime dei defunti verso la Duat, l’oltretomba stellato, alla cui guardia era posto il Dio cinocefalo Anubis. I domini di Isis quale protettrice dei naviganti e Signora del Mare furono, successivamente, acquisiti dalla Vergine Maria il cui figlio, il Cristo, s’impossessò anche delle sfere d’influenza di Horus, il Dio Falco egizio nato dall’unione di Osirise Isis. Nella religione romana, la barca isiaca era collocata su di un carro trainato da uomini mascherati, le cui fattezze richiamavano esseri ctonii appartenenti al mondo dei morti e al dominio dell’aldilà. Nel mondo egizio, la caratterizzazione originaria di queste creature era spaventosa e inquietante ma, nel mondo romano, venne arricchita con un dettaglio sconosciuto al rito originario: l’ilarità, la burla, lo scherno. Sovente erano infatti ritratti, con fattezze grottesche e goffe, i personaggi di maggior spicco dell’epoca quali senatori, politici, generali e perfino gli Imperatori, nella più pura concezione dello spirito sarcastico e denigratorio romano ai danni dei potenti (peculiarità che, nonostante i millenni trascorsi, ancora qualifica i romani odierni!): alle celebrazioni del “Carrus Navalis” era ammesso chiunque, dal più infimo schiavo sino alla famiglia imperiale, e lunghe processioni, accompagnate da musica, mimi, acrobati, danzatori e musici, si snodavano lungo le vie cittadine. Le matrone, solitamente legate a rigidissimi codici comportamentali concernenti la vita pubblica, potevano concedersi ampie libertà in fatto di abbigliamento e atteggiamenti, risparmiandosi le violente critiche alle quali sarebbero state sottoposte in giorni “ordinari”, partecipando alle libagioni e vestendo abiti ben più succinti dei canonici pepli. Il popolo, parimenti, usava camuffarsi e mascherarsi gravitando attorno al grande carro navale il quale custodiva uno scrigno chiuso ermeticamente, simboleggiante sia il cosmico uovo protogonico latore di nuova vita che la morte stessa, insondabile e inscindibilmente legata alla forza rigeneratrice dell’Universo. Nel mondo romano le maschere, come da tradizione, rappresentavano gli spiriti degli antenati i quali potevano, in virtù del sovvertimento delle leggi cosmogoniche e metafisiche, visitare il mondo terreno e transitarvi per qualche tempo: riconoscendo se stessi attraverso le maschere, avrebbero potuto “possedere” il corpo di colui che le indossava e parlare, proferendo vaticini e profezie (durante questi giorni fattucchiere, indovine e ciarlatani guadagnavano somme ingenti, appostati presso le edicole e gli incroci delle strade e le autorità, seppur controvoglia, tolleravano la loro presenza).

LA MASCHERA
Il corteo solenne è preceduto da gruppi di uomini travestiti. Quando gli uomini travestiti avranno esaudito il loro voto, si toglieranno il travestimento per indossare la veste bianca dell’aspirante all’iniziazione. La maschera è il destino; il destino si compie alla morte; indossare la maschera è indossare la propria morte. Morte dell’io, nascita del Sé.

Vuoi sapere dove è scritto? Sul web, naturalmente, chiunque lo potrà accertare, personalmente. La mia semplice chiave di ricerca è la seguente, ma potrai cambiarla, serena-mente:
"Navigium Isidi carrus navalis dea Iside 40 giorni festa"

P.S. 
Ci tengo a precisare che ciò che hai appena letto, 
potrebbe non essere la verità,
anche perché, qua e là,
ho apportato qualche piccola modifica,
secondo la personale sensibilità ...
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